APIS India Onlus
Viaggio e non solo. Un’esperienza di vita

Viaggio e non solo. Un’esperienza di vita

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Cari amici, esattamente un anno e mezzo fa alla fine di agosto 2007, ho conosciuto Domenico Catarinella (presidente dell’Apis) per caso nell’ufficio postale in cui lavoravo. L’Apis già la conoscevo attraverso il Notiziario e già mi era capitato di partecipare a qualche progetto per raccogliere fondi. Da qualche tempo desideravo fare un’esperienza di volontariato e Domenico è stata la risposta alle mie preghiere. Dopo sei mesi, il 5 dicembre 2007, sono partita per Chennai (Madras). L’impatto è stato durissimo: dovunque nella città, in continua trasformazione, a palazzi eleganti si addossano baracche di lamiera e mattoni di fango in cui vivono famiglie prive di acqua, di luce, che svolgono a loro esistenza nelle strade, tra rifiuti, topi e vacche sacre. Dopo alcuni giorni di ambientamento il Vice Ispettore Provinciale dei Salesiani mi ha accompagnato con un viaggio di quattro ore per strade dissestate nel villaggio dove avrei abitato. Maranodai si trova a 4 chilometri dalla strada principale, in una vallata verdeggiante ricoperta da risaie occupata da villaggi composti di casette di fango e paglia, tutte eguali.

Le persone sono molto povere vivono del lavoro della terra, sono accoglienti anche se parlano solo tamil e conoscono poco l’inglese, sono tutte sorridenti e ben disposte. Padre Harris mi aveva suggerito di comprare i churidar, un abito composto di pantaloni, camicia e stola, per meglio integrarmi nella comunità indiana. La Missione salesiana era diretta da Padre Arulanandam, un prete intelligente, volenteroso e amabile. Insieme a lui Padre Moses, un seminarista e alcune suore. Assieme gestiscono una scuola frequentata da 400 bambini, un convitto per 50 maschi e 20 femmine. Io ho vissuto nella casa delle suore, insieme alle bambine.

La sveglia suona ogni giorno alle 6,00 ma già dalle 5,30 arriva la eco di musiche e canti di lode al Signore. Dopo le preghiere e le abluzioni, alle 7 c’è la messa molto sentita. Alle 9 con l’alzabandiera comincia la scuola; vedere i bambini così ordinati e puliti nelle loro divise, scalzi perché non sempre possono permettersi le scarpe, che si sono lavati all’aperto e hanno camminato a lungo per arrivare fin lì, mi faceva sentire piccola nelle mie comodità. I giorni prima di Natale sono stati impegnati per i preparativi per la chiesa sia per le feste per i bambini. Io avevo comprato degli ombrellini per le bambine e delle magliette per i maschietti; altri regali provenivano dalla provvidenza. La gioia di tutti i bambini era così visibile che mi vergognavo di ricevere tutte quelle benedizioni per così poco. Il regalo lo avevano fatto a me; i sorrisi, le mani giunte (gli indiani non baciano quasi mai né toccano) in segno di ringraziamento, erano più di quello che avrei desiderato. Con l’equivalente di due bamboline di plastica molto di moda tra i bambini avevo fatto felici tanti di loro. La notte di Natale con Padre Harris siamo andati a celebrare in un altro villaggio. È stata un’emozione grandissima: la chiesetta illuminata da candele, un bimbo da battezzare, il presepe. Nella chiesa non ci sono i banchi: gli indiani con il dhoti e le donne in sari sono abituate a sedersi in terra. Una vigilia che ricorderò tutta la vita. Tornati a Maranodai abbiamo bevuto il thé con un dolcetto ci siamo scambiati gli auguri.

A gennaio ho festeggiato il compleanno con i bambini. Appena uscita dalla mia camera la mattina alle sette per la messa, ho trovato una bellissima sorpresa preparata dalle bambine e da Sister Kiran; la porta era addobbata con veli e il pavimento in cemento era tutto disegnato con gessetti colorati in mio onore. Abbiamo fatto festa tutta la mattina: avevo comprato una torta per tutti e i bambini erano emozionati all’idea di mangiare una vera torta con la panna.

La settimana successiva, in occasione della festa di Pangali, ho replicato per dire loro addio e ringraziarli dell’accoglienza e dell’affetto dimostrati ogni momento con sorrisi, strette di mano, piccoli inchini, sentimenti che andavano al di là delle parole.

Nella missione il mio compito era quello di aiutare i preti e le suore nelle loro mansioni, accompagnarli la mattina a visitare qualcuno, a fare la spesa, a pulire e la sera con la macchina portare il sacerdote a dire messa in qualche villaggio sperduto. Il pomeriggio restavo a giocare con le bimbe, le aiutavo nei compiti di inglese e recitavo con loro le preghiere della sera. Il lavoro in sé non era affatto duro ma l’importante per i missionari e per la gente che vive in questi posti lontani e poveri, è condividere con loro la vita, sapere che c’è qualcuno che pensa a loro e sta loro vicino, soprattutto nelle difficoltà.

Il 17 gennaio di quest’anno ho lasciato il villaggio con molto dispiacere ma insieme a Domenico, nostro caro presidente, ho visitato molte case salesiane del sud del Tamil Nadu e dovunque mi ha commosso l’accoglienza riservata all’Apis dai ragazzi e dai Padri, sempre grati per l’aiuto ricevuto e il ricordo vivo di Antoinette Catarinella, che io non ho avuto la fortuna di conoscere ma che tutti in India hanno pianto con sincero dolore. Visitando questi posti dimenticati dagli uomini ma non da Dio e dagli uomini di Dio, ho compreso veramente cosa significa “che anche una goccia è importante per riempire […]